Elezioni 2011 a Milano »

Milano Radicalmente nuova

Milano Radicalmente nuova

Sanità: uscire dall'emergenza

Una grande operazione verità 



La precedente Giunta regionale ha il merito di aver fatto emergere l’enorme indebitamento in gran parte occulto che la Regione Lazio aveva accumulato durante gli anni della Giunta Storace-Augello. Nel 2005 e 2006 si è scoperta la situazione reale che consisteva (dato della Corte dei Conti) in un indebitamento di 9,9 miliardi. Con difficoltà vi si è posto rimedio mediante un mutuo trentennale che costerà alla Regione 310 milioni l’anno, riparando anche ai guasti della finanza creativa che in quegli anni contagiò anche la giunta di centrodestra. 
L’opera di risanamento ha consentito di concordare con il Governo un piano di rientro costoso e difficile,che la passata amministrazione ha già cominciato ad attuare. Dai due miliardi di euro, sfiorati o superati negli anni 2005 e 2006, l’entità del disavanzo annuo è scesa negli anni successivi fino all’attuale un miliardo e 350 milioni previsto a consuntivo per il 2009.  
Nonostante questi interventi, la Regione continua a produrre disavanzo e la sua copertura può avvenire solo grazie alle imposte addizionali (IRPEF e IRAP) che sono le più alte d’Italia e alla compressione di altre voci di spesa in altri settori di competenza regionale.
Bisogna riprendere e accelerare, il processo di riordino della sanità nel Lazio per riportare sotto controllo la spesa sanitaria, seguendo non soltanto una logica quantitativa (maggiore contenimento e più tagli) ma modificando profondamente la qualità della spesa sanitaria, facendo corrispondere i bisogni dei cittadini alle strutture e non viceversa.
Nei primi tre mesi dell’attività di governo occorrerà fare un’opera preliminare di ricognizione e di conoscenza, una grande operazione verità che getti luce su ogni zona di opacità. I dati ci sono. Devono però essere elaborati e resi pubblici, accessibili a tutti. Essa deve costituire il presupposto per un piano di interventi che ci conduca in tempi ragionevoli fuori dall’emergenza . Essa deve concludersi con un libro bianco sulla sanità del Lazio: nel libro bianco ci saranno i dati veri dei costi degli ospedali pubblici e delle cliniche private, consentendo di leggere e di confrontare i bilanci delle asl e degli ospedali,pubblici, religiosi, privati.
Il Libro bianco presenterà i risultati della sanità del Lazio dal punto di vista delle prestazioni effettuate, del loro numero e della loro efficacia, della loro qualità, provincia per provincia e tra le varie Asl di Roma. Si aprirà una discussione vera insieme ai medici, agli addetti ai lavori, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni di difesa dei cittadini: gli Stati Generali della sanità. Questo non è mai stato fatto, e ci può servire per costruire insieme una nuova strategia.
La Regione vanta crediti nei confronti dello Stato ed è giusto che la partecipazione del Lazio al Fondo sanitario nazionale, oggi sottostimata e svantaggiata sia rinegoziata con lo Stato e con le altre Regioni. Ma questa rinegoziazione sarà tanto più forte e credibile quanto più il Lazio sarà in grado di far uscire definitivamente la sanità regionale dalla crisi.
Solo dopo questa opera di accertamento, elaborazione e valutazione sarà vagliabile l’opportunità e la necessità di una riorganizzazione del sistema sanitario regionale, se accorpare alcune Asl o unificare alcuni servizi. Farlo prima renderebbe più difficile la lettura dei dati, la correzione delle disfunzioni e dei disservizi, l’individuazione delle cause e delle responsabilità.
Sommando i posti letto ospedalieri delle strutture pubbliche, della case di cura private e dei cinque policlinici che operano nella città di Roma saltano agli occhi due squilibri:
1) tra l’offerta ospedaliera e l’offerta di altri servizi sanitari, il che comporta uno scarico sugli ospedali di esigenze che dovrebbero essere assicurate da altre strutture;
2) tra l’offerta ospedaliera della città di Roma e quella del resto della Regione (non tanto in termini di numero di ospedali quanto di efficacia e adeguatezza dell’offerta ospedaliera).

Per conseguire questi obiettivi si deve agire secondo queste linee:

 Intervenire sulla programmazione della spesa ospedaliera, in modo da misurare l’offerta delle prestazioni agli effettivi bisogni della popolazione. 
 Riequilibrare la spesa sanitaria . La spesa sanitaria; che grava per oltre il 55% sull’intero bilancio regionale va progressivamente avvicinata alla media dell’incidenza sui bilanci delle altre regioni italiane.
 Creare reti a livello locale e regionale, capaci di far funzionare in modo collegato, all’interno di un percorso di cura, il medico di famiglia, il distretto sul territorio, il medico specialista ospedaliero, il centro di alta specializzazione o il centro di riferimento regionale. Costruire le reti dei servizi a partire dai bisogni di salute del cittadino è la priorità.
 Generalizzare i criteri di programmazione-monitoraggio-valutazione, indicati dal documento commissionato al prof. Ichino dalla Regione, già applicati con risultati positivi in altri settori della Pubblica Amministrazione regionale. Da introdurre anche i criteri, di trasparenza (anagrafe degli eletti e dei nominati), pubblicità degli atti riguardanti appalti, gare, concorsi quale condizione per la loro validità e operatività.
 Ridurre in maniera significativa la lunghezza delle liste d’attesa, facendo funzionare il sistema unificato RECUP (Servizio di prenotazione obbligatoria) . Occorre che le strutture assicurino le disponibilità loro richiese e assegnate. Occorre vigilare sulla produttività dei servizi e sui tempi di utilizzazione delle macchine. La lunghezza delle liste d’attesa non può diventare un modo per calmierare un eccesso di richiesta di prescrizioni, che va invece combattuta attraverso una corretta collaborazione tra medici di famiglia e strutture sanitarie. Le strutture accreditate devono partecipare al RECUP, allo stesso titolo di quelle pubbliche.
 Rendere rigoroso ed efficace il sistema di controlli tramite la completa informatizzazione del sistema sanitario del Lazio.
 Riconsiderare e rinegoziare la partecipazione dei Policlinici universitari al sistema sanitario regionale.
 Riconsiderare i meccanismi della spesa farmaceutica, assicurando in tempi rapidi il passaggio alla conservazione informatica della documentazione delle ricette e delle prescrizioni.
 Assicurare la qualità della selezione dei primari attraverso concorsi pubblici, realizzati secondo criteri di imparzialità, correttezza e trasparenza . Stessa attenzione va posta nella scelta dei manager, cui vanno dati obbiettivi di gestione chiari, pubblici e pubblicizzati, verificandone poi i risultati effettivamente conseguiti. Introdurre la cultura della valutazione dei risultati, con riguardo all’efficacia dei servizi, dei percorsi terapeutici, delle strutture sanitarie rendendo pubblici e facilmente accessibili le valutazioni e risultati, in modo che siano utili al governo regionale e ai cittadini nelle loro scelte.
 Introdurre in modo organizzato cultura e sistemi di gestione e prevenzione degli errori clinici a difesa della sicurezza dei cittadini e dell’attività degli operatori, imponendo la diffusione di Unità di Gestione del Rischio in ogni azienda sanitaria, investendo in formazione e tecnologie finalizzate.
 Introdurre un sistema elettronico in tutti gli ospedali pubblici ed accreditati per consentire ai cittadini, nel rispetto della privacy, di compilare schede di valutazione sui servizi, sul personale e su tutto quello che concerne i nosocomi. per valutare l’efficienza delle strutture pubbliche ed accreditate.



Il dramma della sanità negli istituti di pena



Gli enti regionali sono chiamati, oggi più che in passato, ad assumersi le proprie responsabilità per ridurre la distanza tra principi proclamati ed impegni presi in sede sovranazionale e le condizioni di vita nelle carceri. La gestione della profonda crisi che stanno vivendo le carceri italiane non può infatti essere lasciata alla sola passiva responsabilità del Governo centrale.
Gli istituti di pena presenti nel Lazio sono 15. In essi i detenuti complessivamente presenti sono 5.835 (5.419 uomini e 416 donne), a fronte di una capienza regolamentare di 4.619. Quindi un eccesso di ben 1200 detenuti. Dopo Lombardia, Sicilia e Campania, il Lazio è la regione con il maggior numero di carcerati. Molti di questi sono disabili, tossicodipendenti, malati mentali, sieropositivi, immunodepressi, affetti da epatite e da altre gravi patologie.

È necessario adottare misure urgenti e di forte impatto.
 
  • Promuovere una iniziativa presso il ministro delle Regioni e la Conferenza Stato-Regioni per ottenere il trasferimento delle risorse stanziate dal Ministero dell’Economia e il completamento del passaggio delle competenze in materia di salute dal Ministero della Giustizia al Sistema Sanitario Nazionale.
  • Investire nelle strutture, nella sicurezza dei posti di lavoro, nel rinnovo della tecnologia, negli adeguamenti degli organici e nella formazione del personale per rendere seria e credibile la Riforma della Medicina Penitenziaria, deciso dal Governo Prodi.
  • Far sì che le ASL possano mettere a disposizione dei detenuti la loro qualificata rete dei servizi, in modo di rendere effettiva la riforma della Medicina Penitenziaria.
  • Piano regionale di assunzione di psicologi penitenziari per ridurre il numero dei suicidi, dei tentati suicidi e degli atti di autolesionismo.
  • Prevedere visite ispettive due volte l’anno delle ASL competenti per verificare le condizioni igienico-sanitarie degli ambienti carcerari.
  • Istituzionalizzare una maggiore sinergia fra Amministrazione Penitenziaria, Ente Regione, gli enti locali, il volontariato e il mondo delle cooperative allo scopo di realizzare, per la popolazione detenuta, gli indispensabili progetti di formazione professionale, di lavoro e di tempo libero, il che renderebbe sicuramente più vivibili i nostri istituti di pena e darebbe concreta attuazione al principio costituzionale della funzione rieducativi della pena

 

Dal corpo dei disabili al cuore della politica

 



In complesso vi sono in Italia circa 3 milioni di persone con disabilità comunque importanti, seppure a diversi livelli. I casi gravi sono circa 1.500.000. Un problema particolare è rappresentato dal “dopo di noi”: si stima che il 50% delle persone disabili vivrà senza genitori e quindi senza il loro sostegno per venti anni in media. Infine, con l’invecchiamento della popolazione è destinato ad aumentare drammaticamente il numero dei vecchi non autosufficienti. Alla fine del 2009 gli ultraottantenni erano il 5,6% della popolazione.

L’assistenza delle persone con grave disabilità è sopportata quasi interamente dalle famiglie e rappresenta un onere che si ripercuote sulla vita dell’intero nucleo familiare. Le risorse di cui le Regioni e gli Enti locali dispongono per l’assistenza ai disabili e alle loro famiglie sono largamente insufficienti e questa mancanza di mezzi determina una stridente contraddizione fra lo stato di avanzamento della legislazione, che riconosce finalmente al disabile piena dignità di persona che deve essere messa in grado di vivere la propria vita con un sufficiente grado di dignità, di sicurezza e di autonomia e le concrete condizioni in cui è costretto a vivere insieme alla propria famiglia. E come spesso accade, le risorse che vengono lesinate per un efficace e significativo sostegno alle famiglie debbono essere poi spese per affrontare i costi sociali determinati dall’impoverimento e dall’emarginazione delle famiglie e dalla necessità di istituzionalizzazione dei disabili.
La Regione è in grave ritardo legislativo. Due legislature non sono state sufficienti per recepire la legge 328 del 2000 che ha riscritto le regole dell’assistenza pubblica. Questo ritardo va immediatamente colmato con l’approvazione di una legge regionale che recepisca anche l’importante Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità. L’approvazione della legge può e deve essere l’occasione per riordinare l’intera materia che non può essere affrontata solo con gli strumenti della assistenza sanitaria o parasanitaria. Quando infatti si parla di riequilibrio della spesa sanitaria si deve prima di tutto parlare di riequilibrio a favore della spesa sociosanitaria. Occorre valutare ciò che concretamete si fa in materia di residenze sanitarie assistite, assistenza domiciliare, centri di igiene mentale, forme di sostegno indiretto alle famiglie. E quanto gli strumenti e le strutture pubbliche e private siano adeguate a promuovere l’autonomia del disabile e la sua partecipazione alla vita sociale. Allo stesso modo sarà necessario valutare gli impegni necessari per promuovere l’integrazione del disabile nella scuola e nel lavoro, la possibilità di accedere agli ausili tecnici necessari a consentirgli possibilità di comunicazione e di autonomia, oggi resa difficoltosa da un superato “nomenclatore tariffario”. La Giunta regionale lo farà direttamente se le saranno restituite la pienezza delle sue competenze, altrimenti dovrà farlo confrontandosi con il commissario di governo a cui si imputa la responsabilità di una intepretazione della norma fiscale che colpisce le famiglie. 
E’ tuttavia del tutto evidente che quello della disabilità, nella diversità delle sue forme, è il più grave e doloroso fenomeno sociale del nostro tempo, destinato ad aggravarsi con il prolungarsi della durata della vita. Per la sua complessità e rilevanza esso richiede di essere ormai affrontato con forme di previdenza sociale e non più con gli strumenti inadeguati della tradizionale assistenza.
Dal 1995 abbiamo anche un modello legislativo di riferimento nella soluzione legislativa previdenziale approvata dal Parlamento della Repubblica federale tedesca. Non è la Regione Lazio che potrà risolvere una questione che non rientra nelle sue competenze. Non almeno la Regione Lazio da sola. Ma insieme alle altre Regioni, nell’ambito della conferenza Stato-Regioni, il problema potrà e dovrà essere posto al Governo nazionale e al Parlamento.

 

Commenti

tutela e miglioramento medicina territoriale

Sono Pediatra di famiglia a Roma massimalista, e sono segretario provinciale del Sindacato di categoria CIPe ( CONFEDERAZIONE ITALIANA PEDIATRI), firmatario dell'ACN. Chiedo,in caso di sua elezione a Presidente Regione Lazio, cosa che Le auguro e mi auguro vivamente, di poter essere ascoltata,per mettere a frutto una politica sanitaria strutturalmente innovativa,vicina alla gente,e vicina ai medici, attraverso percorsi di verità e trasparenza,che possano davvero vedere il costo oculato del sistema sanitario non una spesa , ma un investimento strategico per il sistema-paese. In bocca al lupo, per la Bonino Presidente! Dr.ssa Patrizia Franco